Ripartiamo da qui

Un campo da tennis in un albergo polveroso, fermo nel tempo nell’entroterra friulano; un campo vuoto e un pallone lasciato in disparte, dopo quotidiane partite di calcio-tennis tra Alessandro e Matteo, rimbalzava male.

Riparto da qui, da uno spazio deserto, riprendo da dove ho lasciato, succede sempre: quando finisco di girare un film stremato dalla fatica mi soffermo su un’immagine, spesso rimango da solo nella location vuota, ancora allestita ma libera da tutte le persone che l’hanno occupata fino a pochi minuti prima. Resto in ascolto per qualche istante, come se quel tempo silenzioso servisse ad allentare la morsa del dolore, della fatica, come se in quel vuoto si potessero intravedere tutti i conflitti dei personaggi, la loro falsa memoria e il loro mondo solo ideale, e trovare un modo, più semplice e meno doloroso per dir loro arrivederci, per separarsi e passare oltre.

Dalla carta al set il cambiamento è un atto di inaudita violenza, un omicidio ai danni dei personaggi immaginati che facendosi carne iniziano a respirare, a desiderare, a sudare, a mostrare le debolezze e realizzi quali elementi abbiano in comune con loro, e arriva il tempo in cui togli e metti, accetti e rifiuti, ascolti e parli, odi e santifichi, durante le prove e le riprese, ridi, serio, fuori, dentro, rosso, nero, parla, zitto, immobile, cambia! Loro per te e tu per loro.

Dalla parzialità della scrittura passi a quella delle immagini e dei suoni, che sono quello che resta in fondo alla fine di tutto, una visione parziale da scolpire, ridefinire, equilibrare nel tempo di un autunno.

Questa volta non l’ho fatto, non mi sono fermato nella “casa” della protagonista, mancava il silenzio, così l’ho cercato fuori, ma anche in quel campo da tennis di un albergo che si preparava alla stagione dei ritorni, il silenzio era ancora solo un’idea; sul fondo, oltre il terrapieno erboso, una motosega tuonava forte e riempiva l’aria.

Chiedo a Giuditta di fermarsi un po’ lì, insieme, per ascoltare quel frastuono in silenzio.

“Bello, no? Per quella storia che stai scrivendo, un luogo tipo questo ma nella stagione sbagliata”.

“Bello, sì.”

Scattiamo un’istantanea, il tempo di veder emergere l’immagine e il rumore si fa sopportabile. E ripartiamo da qui.

“I Cormorani” e l’atto rivoluzionario

“Per aver riconosciuto ed accompagnato il talento, dando vita ad un’opera vera e curata in ogni passaggio della produzione. Dalla fotografia, al montaggio, alla postproduzione, I CORMORANI esprime tutto l’amore, il coraggio e la capacità produttiva di cui il cinema indipendente è capace.”

E’ la motivazione del Premio alla Miglior Produzione che l’AGPCI – Associazione Giovani Produttori Cinematografici Indipendenti – ha assegnato a me, Giuditta Tarantelli e alla STRANI FILM per aver prodotto I Cormorani, l’opera prima di Fabio Bobbio.
E’ vero, è stato l’amore per il cinema e per tutti quegli autori alla ricerca di forme e linguaggi personali a spingermi a produrre I Cormorani, ad accompagnare Fabio Bobbio in questa bella e faticosa avventura; oltre ad essere un produttore sono un regista, per questo mi risulta semplice condividere la lotta per la libertà di esistere di certi film; il coraggio in alcuni momenti viene a mancare, per questo occorre una motivazione forte per decidere di farlo e portare la lotta fino in fondo.

 

 

Conosco Fabio dal 2003, abbiamo condiviso parecchio negli anni, lavorato spalla a spalla per Officina Film su vari progetti, scritti da me e Giuditta, che io ho diretto, fino all’esperienza del 2013, sul film I Corpi Estranei, dove Fabio è stato mio assistente e montatore.
Poi il suo progetto, ideato durante un periodo vissuto all’estero, dove si è formato e ha potuto lavorare con altri registi, confrontarsi e verificare metodi e forme nuove, fino a maturare la necessità di fare il suo primo film.
Fabio è arrivato da noi e ci ha presentato l’idea, voleva raccontare i luoghi della propria infanzia e aveva in testa un focus originale: lavorare sul contrasto tra il mito personale dell’adolescenza – ricordata da adulti in una versione romanzata e idealizzata – e l’esperienza reale vissuta sul campo da due adolescenti di oggi, in questo preciso momento storico, da due personaggi veri. Due adolescenti moderni che interpretano se stessi nel loro contesto territoriale, con i filtri dell’immaginario autobiografico, cinematografico e letterario dell’autore, tutto senza una vera e propria sceneggiatura.

C’era l’istinto, l’azzardo documentario, il desiderio di un regista di sperimentare e di confrontarsi con un linguaggio, ma soprattutto con le proprie origini, il proprio passato, e di compiere un balzo in avanti di oltre vent’anni, all’oggi, con un racconto non racconto di due adolescenti non ancora adolescenti, in un territorio che non è più quello di vent’anni prima, che si è trasformato ma che è rimasto lì ad aspettare.
Il punto attorno al quale ruota tutto però è che Fabio, dopo aver vissuto per sei anni all’estero, è tornato in Italia per fare il suo primo film, nel paese di campagna della sua infanzia; mentre molti autori migrano in Francia, Nord Europa e Stati Uniti e fanno “cinema italiano per corrispondenza” Fabio fa una scelta, di ristabilirsi qui e di fare un film con una produzione italiana, una scelta che ha il sapore di un atto rivoluzionario che io, Giuditta e Paolo di Strani Film, abbiamo deciso di sostenere.
Non eravamo spinti solo dall’amore, perché per appoggiare e sostenere un atto rivoluzionario occorre una buona dose di incoscienza mista a coraggio, capacità organizzative sì, ma anche molta determinazione.
Produrre un’opera prima è quasi sempre un atto rivoluzionario, dico quasi perché le rivoluzioni dovrebbero creare, anche se gradualmente, dei mutamenti nel modo di pensare, di vivere e vedere le cose, in contrasto con la tradizione. Deve essere un lento ma inesorabile cambiamento, film dopo film, un tassello alla volta, e quello di Fabio è uno di quei film che il loro tassello lo aggiungono.

Produco film anche per questo e amo pensare, con un po’ di presunzione, che stiamo facendo qualcosa di necessario, che non si esaurisce in un semplice progetto imprenditoriale, ma che, investendo sul talento e sulle idee, stiamo contribuendo al cambiamento e al rinnovamento culturale del nostro Paese.

Mirko Locatelli